La ragazza con l’ovo, Augurio Pasqualino pinxit (Genova 1628 – 2020)

La bella Maria Teresina Bardesini, duchessa di Altruria et Egorstizia, Gran Ciambellana di Nosezia e di tutte le Quarturie posò per me per mesi et mesi, nascendo adunque a quell’incantamento che con quello suo bello sorriso assai stranito mi portò all’infinito.

Tale era il suo bell’aspetto che la morbida sua ciccia io bramavo ad insaccare in quella sua veste variopinta di seta et broccato et cangiante et pulcherrimo taftà che ogni dì ella toglieva perché, incautamente, l’ovo si rompeva.

Così lo mio dipinto ogni dì aumentava di valore giacché assai eran le spese di tante ovali et candide et fresche ova, oltre all’impasto di pigmenti in polvere ed essenze et olio di lino et papavero et solventi vari et Trementina, come io solea poi apostrofare la mia bella Teresina allorché, tutta tremante e dispiaciuta, leccava con mestizia l’albume et il rosso d’ovo et poi,  a mia insaputa, lo sputava con schioccante gioco di lingua nell’impasto, che orsù et diggià aveo approntato, e aimé divenuto ormai… inverecondo impiastro!  

Alterando la consistenza dello mio preparato lo dipinto un bel dì s’era tutto liquefato et così tosto dovetti riiniziare a pittare la pulchella che ormai tenea tra le mani,  leggiadramente et in quel suo beneducato et edulcorato et diligente modo, un bell’ovo sodo.

Terminato lo dipinto di ella, la pulchella, non ne seppi più niente.

Ma la fama del dipinto con un bell’ovo sodo tra le dita, mi trasformò la vita et ormai la fila di pulzelle con tra le dita un sodo ovo s’allunga ogni dì et in cor loro bramano lo mio dipinto ed io son convinto dalla loro beltà e pongo sul sofà ova di tacchino pernice  struzzo et allodola, anatra et aquila et cicogna et cigno, colomba, cornacchia, corvo, falco, fenicottero, gabbiano et gallina, gufo, merlo, oca, pappagallo et passero pavone pettirosso piccione et poiana pinguino quaglia rondine et struzzo et tucano et colibrì et bella ghiandaia… et rospo ragno tarantola anguilla merluzzo salmone et luminescente sardina

Gli Spaghetti di Spago dedicati alle donne di Botero

Sono una donna di Botero legata a Lui per amore di cibi succulenti che mi rendono morbida come pasta frolla e il Maestro mi modella a suo piacimento e mi distende su letti immacolati.

Mi sciolgo come un budino gelatinoso dinnanzi alle sue lusinghe che mi involgono in sete e pizzi e colorata da caramellati colori da gustare, come gelatine alla frutta zuccherate di vaniglia evanescente, il Botero mi sussurra “Involtino Appetitoso, Mia Morbida Pulzella, Svampita Caramella…”

Ma poi Fernando non mi amò più e immortalò l’altrieri una secca Inconsistente striminzita.

Qual cibo restringente può render il viso filiforme tal grissino rinsecchito, il vitino da vespa stretto in corsetto e mani di forbice tagliente come lingua inappetente?    

Svelato l’arcano:

il Botero per svago le propina,

la sera e la mattina,

Spaghetti di Spago

al dente

per far passar l’Inconsistente

per la sottil cruna di un ago.

L’Impertinente!

I Marziani e la ricetta dello zucchero filato

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Personaggi:

Cisienka                la mamma

Giustlak                la zia

Klipza                   la figlia di Cisienka con il vestito bluette a pois bianchi

Oriaz                    il figlio di Cisienka

Miciulka              la figlia di Cisienka con il vestito rosso a pois bianchi

Nistenwa            la figlia di Cisienka vestita di bianco

Zappow                la signora che produce lo zucchero filato

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– Guardate tutti in alto verso l’astronave che vi scatto una foto! Klipza non addentare lo zucchero filato di tuo fratello e tu Oriaz smettila di lamentarti se te ne prende un morso, Giustlak  cambia quello sguardo preoccupato, sorridi e tranquillizzati, l’astronave X546 sta arrivando finalmente! Miciulka hai tutte le ginocchia sporche, chiudi la bocca e cerca di assumere un’espressione intelligente, Nistenwa con quella cuffia bianca sembri vestita da prima comunione!

– Ma hai scattato Cisienka questa benedetta foto? L’astronave sta parcheggiando dobbiamo andare! Buttate lo zucchero filato e corriamo!

Giustlak che dici? Lo sai che i bimbi non vorranno mai abbandonare questa delizia! E poi sarebbe bello provare a riprodurlo su Marte, così non dobbiamo ogni volta affrontare questo lungo viaggio!

Cisienka stai forse dicendo che vorresti infrangere il protocollo? Sei pazza, abbiamo il divieto assoluto di portare cibo su Marte, che ne sarebbe della nostra sicurezza? Bimbi buttate lo zucchero filato, svuotate sacche, borse, zaini e tasche da briciole di pane, liquirizia, foglie di insalata. Tutto quello che avete sgraffignato. Vi ho visti fare le scorte, pensate che sia diventata un’insulsa “terrestre”?

– Ma zia Giustlak ci avevi promesso che lo zucchero filato potevamo portarlo sull’astronave e poi su Marte l’avremmo custodito in teche di vetro pressurizzate…

– Oh Giustlak al diavolo il protocollo! Zucchero filato nello zaino di Nistenwa. Klipza corri e chiedi alla Signora Zappow di finire in fretta quello che sta preparando e chiedile gentilmente la ricetta.  Giustlak corri all’astronave, prendi le bombole di ossigeno e aiuta i ragazzi ad indossarle. Oriaz tira fuori il vocabolario dallo zaino di Nistenwa e preparati a tradurre la ricetta, Miciulka non stare lì imbambolata e chiedi una penna a quella signora che si sta allontanando con il giornale in mano…

In un battibaleno Oriaz tradusse #laricettadellozuccherofilatoKidhjet  hella kkyxilwt qujkxl”, che riportiamo qui sotto, con le relative dosi.

L’astronave decollò con un leggero ritardo, ma il viaggio durò meno del previsto.

54,6 milioni di kilometri bruciati in 76 ore. Un nuovo record per  Cisienka e  Giustlak, space engineers dell’atronave X546.

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La solitudine di Melanzana con il naso – Un omaggio a Paul Bocuse

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– Ha la febbre?
– Nel cuore. Ho la febbre nel cuore. Non passa mai.
– Ha provato con un’aspirina?
– Ho la febbre nel cuore. Incurabile.
– Perché?
– Ha mai provato ad essere una melanzana con il naso tra migliaia, milioni, miliardi, trilioni, settiliardi… di melanzane senza naso?
– Ma… io…
– No. Lei non ci ha mai provato. Lei vive tra umani dotati di naso. Miliardi di umani con miliardi di nasi appiccicati sulla faccia. Miliardi di nasi tutti diversi ma tutti maledettamente uguali, voi umani, tutti con il vostro naso spiaccicato nello stesso medesimo posto tra due occhi, sopra una bocca. Non uno senza naso. Che fantasia. Neppure uno con il naso al posto degli occhi, della bocca o due nasi al posto delle orecchie, neppure uno con un naso senza narici o con un naso piantato sopra la testa o imbucato dentro l’ombelico. Neppure uno con un naso a lama rotante, a spillo, trasformabile, toglibile, con un naso di riserva, con un naso in affitto, in leasing. Neppure uno con un naso di gomma, di ferro o malachite, neppure uno con un naso di ceramica, scintillante di vetro e argento, un naso d’oro, di acciaio, malleabile di pongo, puzzolente di cacca, friabile di wafer, di cono gelato, naso a rapanello, zucchino, a peperone, naso di Mastro Ciliegia, naso di Uomo di Latta. Siete tutti forniti di nasi ricoperti di pelle, pelle umana sfumata in mille gradazioni dal marrone scuro al pallido incolore. Nessuno si sbellica additandola! A me, sganasciandosi dalle risate, urlano “Guardate! Una melanzana con il naso!” Voilà! Io vivo con il mio naso di melanzana tra miliardi di melanzane senza naso che mi squadrano, soppesano, mi criticano, mi saccagnano, tagliuzzano, mi feriscono. Nel cuore.
– Perché?
– Perché sono diversa. D I V E R S A!
– Ma… io vi ho notato proprio per il vostro naso all’insù alla francese! Mon Dieu, comment c’est chic! Un’appendice irriverente tra i vostri piccoli occhi rossi a spillo, un design perfetto di morbida curvatura, un’intuizione geniale utile per appendere piccoli oggetti di uso quotidiano, une petite pochette o un petit portefeuille, una piccola boîte de bonbons…
– … anche penne e matite colorate, fiori e un cappellino nuovo, dei piccoli libri, un mini dizionario di francese per gustarmi appieno le sue parole…
– Ça va sans dire! Ma petite aubergine au petit nez français! Gustarti, parfait! Je vais te goûter… j’adore les aubergines cuites à la Paul Bocuse… ti gustai per la prima volta a Collonges-au-Mont-d’Or (1) … eri meravigliosamente cucinata da Bocuse… in persona… ça va sans dire!
… maintenant je vais te goûter de nouveau…

(1) Vi si trova il ristorante di Paul Bocuse (1926 – 2018), tre stelle Michelin dal 1965

La signorina Julie. Un omaggio ad August Strindberg

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Il viaggiatore:           – Posso sedermi accanto a lei, signora?

La viaggiatrice:        – Signorina! Signorina Julie. La prego, si accomodi.

– Anche lei da Dalarö scende a Stoccolma?

– No, io rimango qui. Oggi è la notte di  San Giovanni e attendo August.  Han kom som ett yrväder en aprilafton och hade ett höganäskrus i en svångrem runt halsen.

– Come ha detto, prego?

– Le parole di August… non le ha comprese? Le trova scritte qui, in alto, alla sinistra del mio viso, sulla cartina appena sopra Dalarö.

– Ma…  lei… sta parlando di August Strindberg! Dunque lei è la signorina Julie. Io… io… l’ho amata tanto… sono emozionato,  confuso… io… non la immaginavo così. Sa che è veramente strana, lei? (1)  

– Strana perché ho acini al posto di occhi, iride, pupille, naso a polpa d’uva e vinaccioli, bocca di salsiccia, capelli di raspi, racimoli e pedicelli adornati da quel fiore che August mi ha donato come pegno d’amore?

– Mi perdoni. Non intendevo offenderla.

– Strana… può darsi, ma lo siete anche voi!… Tutto è strano, del resto: la vita, gli uomini, tutto!… È come il fango che se ne va alla deriva sull’acqua, sinché cola a fondo e sparisce. Ho sognato, talvolta, una cosa che adesso mi torna in mente… Ho sognato di trovarmi appollaiata sulla cima d’una colonna senza sapere come fare per discenderne; anche perché, guardando in basso, mi girava la testa. Tuttavia dovevo scenderne, ma mi mancava il coraggio di buttarmi giù. Non avevo nulla cui aggrapparmi e mi auguravo di cadere, ma non cadevo. Sentivo tuttavia di non poter aver pace se non quando fossi in basso; di non poter avere alcun riposo finché non fossi a terra. Ma poi, una volta in basso, avrei voluto sprofondare sotto terra! Avete mai provato qualcosa di simile?

– No, a volte io sogno di trovarmi sotto un albero alto in una foresta oscura…

– Le sue parole sono le stesse che Strindberg fa dire a Jean, quando risponde al mio sogno con il suo sogno…

– Ma… signorina Julie… August Strindberg arriverà? Ne è sicura?

– Certo che arriverà. August non si smentisce mai, è perennemente in ritardo. Ma mi adora. Mi ha creata lui, con le sue parole mi ha donato la vita. Ogni anno ci ritroviamo qui, su questo battello dondolante sogni, amore e passioni. Lui mi divora.

– La divora con gli occhi! Comprendo la vostra passione…

– No, no! Lui mi divora davvero! Gustando i miei occhi, capelli, naso, bocca e le mie guance esangui rinsangua il suo corpo come un novello Dracula. E quando non rimane più nulla di me, né colori, né odori, né sapori August si dispera e così mi ricrea. Ogni volta diversa. Ogni volta la signorina Julie rinasce nelle mani del suo Pigmalione. Per questo mi ama. Mi forgia a suo piacimento, mi plasma, mi anima, mi rinnova, mi dona l’ardore focoso della passione. Per questo dura il nostro amore. Sono sempre una sorpresa. Mai una routine. Lo sa cosa uccide l’amore? La routine di baciare la stessa bocca, di guardare gli stessi occhi, di assaporare lo stesso gusto, di odorare lo stesso profumo. Mi ricrea per sbranarmi divorato dal suo delirio amoroso.

– Invidio il vostro amore carnale, passionale, saporito, divorante. Adoro i tuoi occhi Julie di uva spina che profuma già di vino, i tuoi capelli gustosi di salmoni  e aringhe affumicate, la tua morbida bocca, le tue labbra appetitose e piccanti da rosicchiare lentamente… lecco le tue guance che profumano di bacche, mirtilli, ribes, fragoline di bosco, sambuco, lamponi… divoro il tuo sorriso, il tuo profumo, divoro la tua passione… Al diavolo August! Un ritardo fatale.

Addio Julie.

Rinascerai forgiata dalle mie parole e tra le mie mani gusterai il mio amore.

 

(1) Tutte le parole in corsivo nel testo sono tratte da “La signorina Julie” di August Strindberg

Tagliatelle alla monsieur Porcinò approntate nella cucina d’altri tempi

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Sono tornate tutte a posto. Le casseruole di alluminio con il pregiato e snello manico d’ottone. Furbe. Mi guardano con quella espressione maliziosa infingardamente bugiarda.

“Siamo state qui ferme ad aspettarti tutta la notte.”

Le scruto per scovare le tracce della loro disonestà: una macchia di unto, bagliori di burro, briciole o carbonizzate bruciature che ornino il bordo. Nulla, linde come le loro facce toste. Questa notte ho sentito il tramestio che facevano in cucina per festeggiare l’arrivo di Madame Zuccà, la teiera che pare gradire assai cibi succulenti, a ben studiare le sue forme tondeggianti. Che mai avranno approntato per Madame, le fanfarone?

Con quelle vocine alluminate le sfrontate mi interrogano senza pudore:

“Sugo di monsieur Porcinò e… spaghetti? Incompetente!”

“Faccio le tagliatelle di pasta fresca, bisbetiche!”

“Impasto appiccicoso, aggiungi farina!”

“E’ perfetta! Tondeggiante e morbida palla di pasta.”

“Assai energicamente la impastasti, tiranna!”

“Zitte borbottone! Deve riposare!”

“Noi di ungerci e arroventarci non ne abbiamo più voglia!”

“State scherzando vero?”

“Niente affatto! Ci siamo appena fatte belle lustre.”

“Fettine di monsieur Porcinò, spicchio d’aglio, burro e olio caldi q.b.”

“Quanto basta? Sono rovente!”

“… girare delicatamente…”

“Mi solletichi la pancia, aguzzina!”

“A me Nidi di Tagliatelle, sugo di monsieur Porcinò, tritò di Prezzemolò! Bon appétit, Madame Zuccà!”

Bon appétit, Citrouille!

La ratatouille ça va sans dire

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Ratatouille, ratatouille, ratatouille! Ta pum!

Ça va sans dire! Ça va sans dire! Ça va sans dire! Ta pum!

Tagliate a rondelle vere le carote finte. I peperoni veri jaunes, rouges ou verts a finto bastoncino largo e lungo quanto basta. Buttate i rapanelli finti, che a nulla fungono per la R.C.V.S.D. Ratatouille ça va sans dire, e iniziate a tagliare metà degli zucchini veri a rondelle di spessore degradante, ovvero da rondella spessa 1 cm a rondella di spessore 0,05 cm. Se non sapete dove donner de la tête (1) recatevi dal più vicino ferramenta e copiate gli spessori delle rondelle vere ma attenzione a non ricopiarle troppo fedelmente perché le rondelle vere hanno il buco al centro e le vostre vere rondelle di zucchini veri devono avere un taglio da rondelle finte, cioè senza buco al centro. Procedete a tagliare l’altra metà degli zucchini a brunoise affettandoli in piccoli cubetti di circa 2 mm per lato partendo dal taglio a bastoncino o a julienne. Dotatevi di un righello per controllare lo spessore, in questo caso le rondelle non fungono da esempio, pas bon! Il taglio a brunoise è appositamente nato per complicarvi l’esistenza ma La ratatouille ça va sans dire è una struggente ricetta di vita. Le melanzane non ci sono ma fate finta di tagliarle a finte fette veramente sottili. La cucina è anche improvvisazione teatrale e se vi disperate perché la vague que vous  êtes, vous avez oublié de les acheter (2), ricordatevi che siete a meno della metà del cammino. Le cipolle in realtà non sono previste ma queste, essendo finte, le potete tranquillamente tagliare senza versare una lacrima con un taglio mirepoix, con buona pace del suo creatore, tal Duc de Lévis-Mirepoix, qui au contraire pleurait toujours en les coupant à raison de l’inutilitè de son invention! (3)

Netto taglio a concasser per i pomodori: incisione a croce con lama affilata, tuffo in acqua fredda che segue la bollente, spellatura sino a polpa viva. Dopo questa operazione chirurgica potete esercitarvi nei tagli a la julienne e chiffonade utilizzando le finte verdure rimaste nel plateau.

“Si proceda alla cottura! Ratatouille, ratatouille, ratatouille! Ta pum!”

Scaldare l’olio in una capiente casseruola.

“Mon Dieu, il n’y a pas plus de huile!” (4)

Come i pesci di François Vatel, l’olio non arriverà mai in tempo.

“Adieu!”

 

 

(1) sbattere la testa

(2) vanesia come siete, avete scordato di comprarle

(3) che invece piangeva sempre quando le tagliava per via della sua inutile invenzione!

(4) “Mio Dio non c’è più olio!”

 

Pic-nic in cucina. Dedicato al Maestro Anthelme Brillat-Savarin

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Primo sole primaverile. Sono sbocciati i girasoli  e come stelle frastagliate illuminano l’inizio di questa primavera. Gustosamente teneri gradisco il loro sapore amarognolo che stuzzica l’appetito. Raccolti e lavati nella fontana li lascio asciugare sulla tovaglia adagiata sull’erba. Profumano di una vita nuova che nasce ogni anno da tanti anni.

L’ovo sodo sarà compagno di profumo e di colore. Bianco e dorato riflette la luce di questo cielo che muta ad ogni mio sguardo. Chiudo gli occhi, acquolina in bocca, profumo di guscio e albume rassodati, assaporo il gusto.

Non è facile determinare con precisione in che consiste l’organo del gusto: esso è più complicato di quel che sembra. Certamente la lingua ha una grande importanza nel meccanismo dell’assaporazione, poiché, fornita com’è di una forza muscolare abbastanza robusta, serve a intridere, rimescolare, premere e inghiottire gli alimenti.(1)

Lo sguardo offuscato dalla fame, i lamenti dello stomaco, la lingua ansiosa di gustare si impregna delle particelle saporose e solubili dei corpi coi quali viene a contatto… per mezzo delle papille più o meno numerose di cui è cosparsa…

Un tuono.

Inzuppata di quelle gocce bagnate di pioggia mi risveglio dal torpore gustativo. Corro stringendo tra le mani quella tovaglia che ospita l’ovo e i girasoli. Sarà un pic-nic in cucina da gustare guardando il cielo. Dedicato ad Anthelme e all’amica oca.

(1) Tutte le parole del testo in corsivo sono tratte da “Fisilogia del gusto o meditazioni di gastronomia trascendente” di Anthelme Brillat-Savarin.

La gallina Bollita. Un omaggio a Tingeltangel di Karl Valentin

di Laura Malaterra

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Lui: Di cibo e…

Lei: Cibo!

Lui: Che hai detto?

Lei: Ho detto cibo!

Lui: Perché hai detto cibo? Hai sempre fame tu.

Lei: Ho detto cibo perché tu hai detto: “Dì cibo!”

Lui: Ma non c’era l’accento su dì. Era un di semplice e poi ho aggiunto la e!

Lei: Cosa ne so io se c’era l’accento su dì o non c’era l’accento, e poi la e l’hai rinserrata tra le labbra e io non l’ho sentita.

Lui: La e l’ho detta bella forte. Sei tu che sei sorda. E tagli sempre i miei discorsi. Volevo dire…

Lei: Io ho sentito solo: “Dì cibo!” e ho detto subito “Cibo!” per farti un piacere.

Lui: Grazie, ne faccio a meno dei tuoi piaceri. Non mi stai mai a sentire e non ti chiedi neppure cosa volevo dire.

Lei: E allora non farla tanto lunga e termina la frase. Che volevi dire dopo:”Dì cibo?”

Lui: Ancora con l’accento su la ì? Testa di rapa. La i era senza accento. Senza accento, una i semplice, semplice senza accento.

Lei: Testa di rapa?

Lui: Testa di rapa! Poi dopo la e c’erano i puntini, tre puntini che vogliono dire che il discorso continua. Studia l’ortografia!

Lei: Senti, senti da che pulpito. Il bell’Antonio da consigli!

Lui: Dà con l’accento! E non chiamarmi bell’Antonio, mi irrita.

Lei: Che ne sai se ho messo l’accento o no su da? Certo che l’ho messo l’accento su à, come ho messo l’accento su ì!

Lui: Ecco su i non dovevi metterlo, invece non l’hai proprio messo su à! Credi che non me ne sia accorto che non sai la grammatica?

Lei: Me la insegni tu la grammatica bell’Antonio?

Lui: Vigliacca!

Lei: Preferivo testa di rapa. Rapa o non rapa mi è venuta fame.

Lui: Sei grassa come un budino. Lascia perdere e vai a studiare.

Lei: Caro mio, adesso devi finire la frase.

Lui: Piuttosto mi ammazzo.

Lei: Esagerato.

Lui: E d’altro! E d’altro volevo dire se tu mi avessi fatto finire di parlare.

Lei: Edaltro? Dovevi dirmelo subito che cercavi Edaltro. L’ho visto poco fa camminare sul cornicione.

Lui: Ma che dici? Non conosco nessun Edaltro! E poi c’era l’ apostrofo. E – staccato – d – apostrofo – altro. Poi non c’era il punto interrogativo, c’era un punto. L’apostrofo. Sai cos’è un apostrofo?

Lei: Certo che so cos’è lapostrofo!

Lui: Ma l’apostrofo non si scrive tutto attaccato. Si scrive la elle e poi si mette l’apostrofo.

Lei: Ma cosa ne sai se ho messo lapostrofo o no? Parliamo, parliamo intanto Edaltro sta camminando sul cornicione!

Lui: Ma cosa ci fa “e d’altro” sul cornicione? E’ pericoloso.

Lui: Cerca di acchiappare la gallina.

Lui: La gallina? Non abbiamo nessuna gallina!

Lei: Non avevamo nessuna gallina. Edaltro, il mio nuovo fidanzato, me ne ha regalata una. L’ho chiamata Bollita. Così, tanto per prepararla. Sapere già che fine si farà ti fa stare meglio.

Lui: Io non voglio sapere che fine farò.

Lei: Tu farai una brutta fine se non vai ad aiutare Edaltro ad acchiappare la gallina.

Lui: Ma che ci fa Bollita sul cornicione?

Lei: Cova le sue due uova.

Lui: Allora aspettiamo a farla fuori. Le facciamo fare le uova. Ma non ero io il tuo nuovo fidanzato?

Lei: Eri, appunto. Giusto, aspettiamo a fare fuori Bollita.

Lui: Gallina vecchia fa buon brodo!

S’ode uno starnazzare. Cadono delle piume. Bianche come neve.

Lei: Ohhh… nevica.

Lui: Ma siamo a giugno.

Lei: Che vuoi che importi. Quando nevica, nevica.

Un forte tonfo. Per terra, spiaccicato,  Edaltro. Serra tra le mani il collo spennacchiato di Bollita. Morti. Stecchiti.

Lei: Povero Edaltro. Lo amavo tanto.

Lui: E’ stato meglio così. Per tutti. La frittata di due uova per tre non bastava.

Lei: Amore mio vai a prenderle. Lassù, sul cornicione.  

Lui: E la gallina? La gallina fammela bollita.

Lei: Nomen, omen.

Squalo farcito alla maniera del Pellegrino Artusi

di Laura Malaterra

Squalo farcito

Raccontavano i nostri nonni che quando, sullo scorcio del (1) XX secolo il marchese Cazzaruola (2) impalmò la bella Ersilia Lagna – ahimè di nome e di fatto – lei non aveva ancora compiuto i diciotto anni mentre il marchese, che di nome faceva Iolodato, stava per festeggiare il suo quarantesimo compleanno. La giovane, morbida, bella Ersilia era la figlia del mezzadro e il suo unico impegno quotidiano era crescere senza altro fare che diventare sempre più bella per impalmare il ricco Cazzaruola. Burbero e arcigno con tutti ma innamorato pazzo egli iniziò a coprirla di gioielli ridondanti, offuscanti la di lei effimera bellezza. Ma tant’è l’amour c’est l’amour e la bella Ersilia, dorata e luccicante, camminò leggiadra e gaudente dal podere al castello senza sapere che mai più sarebbe uscita a riveder le stelle. Scrutato ogni angolo del maniero altro non le restò che infarcirsi di cibi succulenti che inesorabilmente la impinguiron a dismisura. Così iniziò a cucinare manicaretti per lo sposo che già da tempo ormai, scrutando il deretano della Ersilia, tra sé e sé pensava “Io l’ho dato, cazzaruola!” e così si trastullava con evanescenti cortigiane. Era una cucina dove il sego (3) la faceva da padrone e non era visibile che ne’ grandi baffi di Iolodato col quale li inzafardava (4),  facendoli spuntare di qua e di là dalle gote, lunghi un dito e ritti interitti. La pingue Ersilia divenne cuoca abilissima ma soffriva dei commenti velenosi delle dame di corte che allietavano nottetempo lo Iolodato impenitente il quale, godendo assai, di giorno sonnolente obbligava l’obesa sposa ad apprestar tavole imbandite per rifocillare certi uomini di affari a cui lui doveva molto. Ma un bel dì la segaligna Silente, ciarliera sguattera di cucina all’Ersilia assai devota, le bisbigliò sibillina: “Il mondo che Ella ha scelto è difficile e pieno di squali.” Illuminata da Silente tosto l’Ersilia ordinò che le venisse portato al più presto in cucina uno squalo che cucinò in occasione della visita di quegli uomini con i quali Iolodato aveva imbastito e impasticciava strategici rapporti. E il cortese invito fu esteso a tutte le garrule cortigiane a cui, nel tempo, Iolodato l’aveva dato. Tra lo stupore generale fu servito, adagiato su argenteo piatto luccicante come le di lui squame, un mastodontico squalo nelle cui fauci dilatate a dismisura si poteva osservare ogni bendiddio di cibi variegati. Ogni dente acuminato e affilato come lama di Toledo era stato ingentilito da l’Ersila e la Silente con olive, alloro e rossi petali di rose canine. Ma quel rosso, contrariamente ai benefici propositi, allarmò assai i già labili cor degli invitati. E così l’Ersilia assopì lazzi e frizzi e, azzittendo alcuni coraggiosi ospiti plaudenti, esordì con dotte parole suadenti: “Bisogna bene che la nostra cucina appaghi il gusto di codeste dame e di questi signori forestieri, essendo quelli che ci danno il piacer e il guadagno”

Recatevi al mercato e cercate uno squalo giovane, ma grosso che, se fresco, ha l’occhio vivace, lucido e  pinna ritta e interitta, occhio  pallido, appannato e  pinna moscia se non è fresco.  Squamatelo delicatamente avendo cura di spalancar le fauci ponendo tra di esse due legni di egual e giusta lunghezza. Lessatelo in poca acqua, controllando la cottura con vigil occhio, e insaporitelo con aggiunta di cipolla, chiodi di garofano, pezzi di sedano e carota, prezzemolo e limone in gran quantità che manterrà lucentemente argentata la pelle squamata. A parte fate rosolare in cinque litri di fiele:

invidia, grammi 450

superbia, grammi 300

boria, grammi 250

farina finissima di alterigia, grammi 500

sugo di livore, un decilitro scarso

sciroppo di pettegolezzo, un centilitro abbondante

odore di tracotanza

spirito di bile del migliore, grammi 500

Quando si formerà un intingolo morbido versatelo nelle fauci dello squalo il cui punto di cottura si conosce dagli occhi che schizzano fuori e dalla pelle che si distacca toccandola. Riempite lo spazio ancor libero delle fauci con succulenti pomi di cattiveria salata. Guarnite i denti con olive, alloro e petali rosso sangue di fiori di stagione e mandate lo squalo ancor caldo in tavola non del tutto asciutto dall’acqua in cui è stato cotto e, se desiderate vi faccia miglior figura, copritelo con  foglie sminuzzate di rivalità e stizza. Se col tempo lo squalo prosciugasse, rinfrescatelo con un altro poco di fiele marinato.

 

(1) Tutte le parole del testo in corsivo sono tratte da “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi.

(2) “Quando parlo di cazzaruole intendo quelle di rame bene stagnate.” Scriveva l’Artusi.

(3) E’ un grasso di equini, ovini, ma soprattutto di bovini.

(4) Sporcare con materie grasse, untuose o appiccicaticce.