La solitudine di Melanzana con il naso – Un omaggio a Paul Bocuse

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– Ha la febbre?
– Nel cuore. Ho la febbre nel cuore. Non passa mai.
– Ha provato con un’aspirina?
– Ho la febbre nel cuore. Incurabile.
– Perché?
– Ha mai provato ad essere una melanzana con il naso tra migliaia, milioni, miliardi, trilioni, settiliardi… di melanzane senza naso?
– Ma… io…
– No. Lei non ci ha mai provato. Lei vive tra umani dotati di naso. Miliardi di umani con miliardi di nasi appiccicati sulla faccia. Miliardi di nasi tutti diversi ma tutti maledettamente uguali, voi umani, tutti con il vostro naso spiaccicato nello stesso medesimo posto tra due occhi, sopra una bocca. Non uno senza naso. Che fantasia. Neppure uno con il naso al posto degli occhi, della bocca o due nasi al posto delle orecchie, neppure uno con un naso senza narici o con un naso piantato sopra la testa o imbucato dentro l’ombelico. Neppure uno con un naso a lama rotante, a spillo, trasformabile, toglibile, con un naso di riserva, con un naso in affitto, in leasing. Neppure uno con un naso di gomma, di ferro o malachite, neppure uno con un naso di ceramica, scintillante di vetro e argento, un naso d’oro, di acciaio, malleabile di pongo, puzzolente di cacca, friabile di wafer, di cono gelato, naso a rapanello, zucchino, a peperone, naso di Mastro Ciliegia, naso di Uomo di Latta. Siete tutti forniti di nasi ricoperti di pelle, pelle umana sfumata in mille gradazioni dal marrone scuro al pallido incolore. Nessuno si sbellica additandola! A me, sganasciandosi dalle risate, urlano “Guardate! Una melanzana con il naso!” Voilà! Io vivo con il mio naso di melanzana tra miliardi di melanzane senza naso che mi squadrano, soppesano, mi criticano, mi saccagnano, tagliuzzano, mi feriscono. Nel cuore.
– Perché?
– Perché sono diversa. D I V E R S A!
– Ma… io vi ho notato proprio per il vostro naso all’insù alla francese! Mon Dieu, comment c’est chic! Un’appendice irriverente tra i vostri piccoli occhi rossi a spillo, un design perfetto di morbida curvatura, un’intuizione geniale utile per appendere piccoli oggetti di uso quotidiano, une petite pochette o un petit portefeuille, una piccola boîte de bonbons…
– … anche penne e matite colorate, fiori e un cappellino nuovo, dei piccoli libri, un mini dizionario di francese per gustarmi appieno le sue parole…
– Ça va sans dire! Ma petite aubergine au petit nez français! Gustarti, parfait! Je vais te goûter… j’adore les aubergines cuites à la Paul Bocuse… ti gustai per la prima volta a Collonges-au-Mont-d’Or (1) … eri meravigliosamente cucinata da Bocuse… in persona… ça va sans dire!
… maintenant je vais te goûter de nouveau…

(1) Vi si trova il ristorante di Paul Bocuse (1926 – 2018), tre stelle Michelin dal 1965

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La signorina Julie. Un omaggio ad August Strindberg

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Il viaggiatore:           – Posso sedermi accanto a lei, signora?

La viaggiatrice:        – Signorina! Signorina Julie. La prego, si accomodi.

– Anche lei da Dalarö scende a Stoccolma?

– No, io rimango qui. Oggi è la notte di  San Giovanni e attendo August.  Han kom som ett yrväder en aprilafton och hade ett höganäskrus i en svångrem runt halsen.

– Come ha detto, prego?

– Le parole di August… non le ha comprese? Le trova scritte qui, in alto, alla sinistra del mio viso, sulla cartina appena sopra Dalarö.

– Ma…  lei… sta parlando di August Strindberg! Dunque lei è la signorina Julie. Io… io… l’ho amata tanto… sono emozionato,  confuso… io… non la immaginavo così. Sa che è veramente strana, lei? (1)  

– Strana perché ho acini al posto di occhi, iride, pupille, naso a polpa d’uva e vinaccioli, bocca di salsiccia, capelli di raspi, racimoli e pedicelli adornati da quel fiore che August mi ha donato come pegno d’amore?

– Mi perdoni. Non intendevo offenderla.

– Strana… può darsi, ma lo siete anche voi!… Tutto è strano, del resto: la vita, gli uomini, tutto!… È come il fango che se ne va alla deriva sull’acqua, sinché cola a fondo e sparisce. Ho sognato, talvolta, una cosa che adesso mi torna in mente… Ho sognato di trovarmi appollaiata sulla cima d’una colonna senza sapere come fare per discenderne; anche perché, guardando in basso, mi girava la testa. Tuttavia dovevo scenderne, ma mi mancava il coraggio di buttarmi giù. Non avevo nulla cui aggrapparmi e mi auguravo di cadere, ma non cadevo. Sentivo tuttavia di non poter aver pace se non quando fossi in basso; di non poter avere alcun riposo finché non fossi a terra. Ma poi, una volta in basso, avrei voluto sprofondare sotto terra! Avete mai provato qualcosa di simile?

– No, a volte io sogno di trovarmi sotto un albero alto in una foresta oscura…

– Le sue parole sono le stesse che Strindberg fa dire a Jean, quando risponde al mio sogno con il suo sogno…

– Ma… signorina Julie… August Strindberg arriverà? Ne è sicura?

– Certo che arriverà. August non si smentisce mai, è perennemente in ritardo. Ma mi adora. Mi ha creata lui, con le sue parole mi ha donato la vita. Ogni anno ci ritroviamo qui, su questo battello dondolante sogni, amore e passioni. Lui mi divora.

– La divora con gli occhi! Comprendo la vostra passione…

– No, no! Lui mi divora davvero! Gustando i miei occhi, capelli, naso, bocca e le mie guance esangui rinsangua il suo corpo come un novello Dracula. E quando non rimane più nulla di me, né colori, né odori, né sapori August si dispera e così mi ricrea. Ogni volta diversa. Ogni volta la signorina Julie rinasce nelle mani del suo Pigmalione. Per questo mi ama. Mi forgia a suo piacimento, mi plasma, mi anima, mi rinnova, mi dona l’ardore focoso della passione. Per questo dura il nostro amore. Sono sempre una sorpresa. Mai una routine. Lo sa cosa uccide l’amore? La routine di baciare la stessa bocca, di guardare gli stessi occhi, di assaporare lo stesso gusto, di odorare lo stesso profumo. Mi ricrea per sbranarmi divorato dal suo delirio amoroso.

– Invidio il vostro amore carnale, passionale, saporito, divorante. Adoro i tuoi occhi Julie di uva spina che profuma già di vino, i tuoi capelli gustosi di salmoni  e aringhe affumicate, la tua morbida bocca, le tue labbra appetitose e piccanti da rosicchiare lentamente… lecco le tue guance che profumano di bacche, mirtilli, ribes, fragoline di bosco, sambuco, lamponi… divoro il tuo sorriso, il tuo profumo, divoro la tua passione… Al diavolo August! Un ritardo fatale.

Addio Julie.

Rinascerai forgiata dalle mie parole e tra le mie mani gusterai il mio amore.

 

(1) Tutte le parole in corsivo nel testo sono tratte da “La signorina Julie” di August Strindberg

Le tagliatelle dorate di Giuseppe. Un omaggio a Useppe di Elsa Morante

prima puntata

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Quando nacque Giuseppe nessuno quasi se ne accorse. Era così piccolo e grigio che non piaceva a nessuno, sì forse un poco alla sua mamma piaceva ma, siccome timida, non lo dava a vedere. Grigio grigio cresceva silenzioso e già da bambino aveva capito che mai nessuno l’avrebbe amato. Forse perché così piccolo, forse perché così grigio, forse perché era anche tanto brutto? Non lo sapeva. Quando ebbe l’altezza giusta, aveva ormai otto anni, riuscì finalmente a raggiungere lo specchio e si guardò.

 

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Allora era così, allora era vero che era brutto come aveva sempre sospettato, allora era vero che era grigio come un topo. “Topo, topo!” gli  urlavano dietro. Grigio di pelle e di stracci, grigio il suo letto e l’angolo grigio dove l’avevano relegato, Giuseppe sentiva che dentro di lui abitava un altro lui, colorato.

 

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Ma di che colore potesse essere l’altro lui da lui, non sapeva. Capiva inconsciamente che mai si sarebbero separati e questo gli bastava. Dal giorno che si vide allo specchio ci vollero mesi per prendere il coraggio di parlare con l’altro lui colorato che aveva chiamato Useppe. Le parole erano un groppo aggrovigliato che nasceva dalla pancia e poi su su fino alla gola, ma lì si fermava e quasi si sentiva soffocare. Poter sciogliere quel groppo ingarbugliato gli pareva un ostacolo da non riuscire a superare, lui, da solo. Certo, ci fosse stato Useppe, lui sì che l’avrebbe aiutato. Prova e riprova si era perfino rifiutato di mangiare per non ingigantire quel groviglio sullo stomaco. Tanto non aveva fame e se deperiva, come sentiva bisbigliare in giro, “Buon pro ti faccia!” perché così gli gridava il Betìn quando finiva gli avanzi del suo cibo.

 

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Che senso aveva continuare a vivere senza parlare almeno con Useppe? Meglio finirla lì. Dietro quella finestra.

 

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Tagliatelle alla monsieur Porcinò approntate nella cucina d’altri tempi

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Sono tornate tutte a posto. Le casseruole di alluminio con il pregiato e snello manico d’ottone. Furbe. Mi guardano con quella espressione maliziosa infingardamente bugiarda.

“Siamo state qui ferme ad aspettarti tutta la notte.”

Le scruto per scovare le tracce della loro disonestà: una macchia di unto, bagliori di burro, briciole o carbonizzate bruciature che ornino il bordo. Nulla, linde come le loro facce toste. Questa notte ho sentito il tramestio che facevano in cucina per festeggiare l’arrivo di Madame Zuccà, la teiera che pare gradire assai cibi succulenti, a ben studiare le sue forme tondeggianti. Che mai avranno approntato per Madame, le fanfarone?

Con quelle vocine alluminate le sfrontate mi interrogano senza pudore:

“Sugo di monsieur Porcinò e… spaghetti? Incompetente!”

“Faccio le tagliatelle di pasta fresca, bisbetiche!”

“Impasto appiccicoso, aggiungi farina!”

“E’ perfetta! Tondeggiante e morbida palla di pasta.”

“Assai energicamente la impastasti, tiranna!”

“Zitte borbottone! Deve riposare!”

“Noi di ungerci e arroventarci non ne abbiamo più voglia!”

“State scherzando vero?”

“Niente affatto! Ci siamo appena fatte belle lustre.”

“Fettine di monsieur Porcinò, spicchio d’aglio, burro e olio caldi q.b.”

“Quanto basta? Sono rovente!”

“… girare delicatamente…”

“Mi solletichi la pancia, aguzzina!”

“A me Nidi di Tagliatelle, sugo di monsieur Porcinò, tritò di Prezzemolò! Bon appétit, Madame Zuccà!”

Bon appétit, Citrouille!

La ratatouille ça va sans dire

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Ratatouille, ratatouille, ratatouille! Ta pum!

Ça va sans dire! Ça va sans dire! Ça va sans dire! Ta pum!

Tagliate a rondelle vere le carote finte. I peperoni veri jaunes, rouges ou verts a finto bastoncino largo e lungo quanto basta. Buttate i rapanelli finti, che a nulla fungono per la R.C.V.S.D. Ratatouille ça va sans dire, e iniziate a tagliare metà degli zucchini veri a rondelle di spessore degradante, ovvero da rondella spessa 1 cm a rondella di spessore 0,05 cm. Se non sapete dove donner de la tête (1) recatevi dal più vicino ferramenta e copiate gli spessori delle rondelle vere ma attenzione a non ricopiarle troppo fedelmente perché le rondelle vere hanno il buco al centro e le vostre vere rondelle di zucchini veri devono avere un taglio da rondelle finte, cioè senza buco al centro. Procedete a tagliare l’altra metà degli zucchini a brunoise affettandoli in piccoli cubetti di circa 2 mm per lato partendo dal taglio a bastoncino o a julienne. Dotatevi di un righello per controllare lo spessore, in questo caso le rondelle non fungono da esempio, pas bon! Il taglio a brunoise è appositamente nato per complicarvi l’esistenza ma La ratatouille ça va sans dire è una struggente ricetta di vita. Le melanzane non ci sono ma fate finta di tagliarle a finte fette veramente sottili. La cucina è anche improvvisazione teatrale e se vi disperate perché la vague que vous  êtes, vous avez oublié de les acheter (2), ricordatevi che siete a meno della metà del cammino. Le cipolle in realtà non sono previste ma queste, essendo finte, le potete tranquillamente tagliare senza versare una lacrima con un taglio mirepoix, con buona pace del suo creatore, tal Duc de Lévis-Mirepoix, qui au contraire pleurait toujours en les coupant à raison de l’inutilitè de son invention! (3)

Netto taglio a concasser per i pomodori: incisione a croce con lama affilata, tuffo in acqua fredda che segue la bollente, spellatura sino a polpa viva. Dopo questa operazione chirurgica potete esercitarvi nei tagli a la julienne e chiffonade utilizzando le finte verdure rimaste nel plateau.

“Si proceda alla cottura! Ratatouille, ratatouille, ratatouille! Ta pum!”

Scaldare l’olio in una capiente casseruola.

“Mon Dieu, il n’y a pas plus de huile!” (4)

Come i pesci di François Vatel, l’olio non arriverà mai in tempo.

“Adieu!”

 

 

(1) sbattere la testa

(2) vanesia come siete, avete scordato di comprarle

(3) che invece piangeva sempre quando le tagliava per via della sua inutile invenzione!

(4) “Mio Dio non c’è più olio!”

 

Pic-nic in cucina. Dedicato al Maestro Anthelme Brillat-Savarin

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Primo sole primaverile. Sono sbocciati i girasoli  e come stelle frastagliate illuminano l’inizio di questa primavera. Gustosamente teneri gradisco il loro sapore amarognolo che stuzzica l’appetito. Raccolti e lavati nella fontana li lascio asciugare sulla tovaglia adagiata sull’erba. Profumano di una vita nuova che nasce ogni anno da tanti anni.

L’ovo sodo sarà compagno di profumo e di colore. Bianco e dorato riflette la luce di questo cielo che muta ad ogni mio sguardo. Chiudo gli occhi, acquolina in bocca, profumo di guscio e albume rassodati, assaporo il gusto.

Non è facile determinare con precisione in che consiste l’organo del gusto: esso è più complicato di quel che sembra. Certamente la lingua ha una grande importanza nel meccanismo dell’assaporazione, poiché, fornita com’è di una forza muscolare abbastanza robusta, serve a intridere, rimescolare, premere e inghiottire gli alimenti.(1)

Lo sguardo offuscato dalla fame, i lamenti dello stomaco, la lingua ansiosa di gustare si impregna delle particelle saporose e solubili dei corpi coi quali viene a contatto… per mezzo delle papille più o meno numerose di cui è cosparsa…

Un tuono.

Inzuppata di quelle gocce bagnate di pioggia mi risveglio dal torpore gustativo. Corro stringendo tra le mani quella tovaglia che ospita l’ovo e i girasoli. Sarà un pic-nic in cucina da gustare guardando il cielo. Dedicato ad Anthelme e all’amica oca.

(1) Tutte le parole del testo in corsivo sono tratte da “Fisilogia del gusto o meditazioni di gastronomia trascendente” di Anthelme Brillat-Savarin.

La gallina Bollita. Un omaggio a Tingeltangel di Karl Valentin

di Laura Malaterra

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Lui: Di cibo e…

Lei: Cibo!

Lui: Che hai detto?

Lei: Ho detto cibo!

Lui: Perché hai detto cibo? Hai sempre fame tu.

Lei: Ho detto cibo perché tu hai detto: “Dì cibo!”

Lui: Ma non c’era l’accento su dì. Era un di semplice e poi ho aggiunto la e!

Lei: Cosa ne so io se c’era l’accento su dì o non c’era l’accento, e poi la e l’hai rinserrata tra le labbra e io non l’ho sentita.

Lui: La e l’ho detta bella forte. Sei tu che sei sorda. E tagli sempre i miei discorsi. Volevo dire…

Lei: Io ho sentito solo: “Dì cibo!” e ho detto subito “Cibo!” per farti un piacere.

Lui: Grazie, ne faccio a meno dei tuoi piaceri. Non mi stai mai a sentire e non ti chiedi neppure cosa volevo dire.

Lei: E allora non farla tanto lunga e termina la frase. Che volevi dire dopo:”Dì cibo?”

Lui: Ancora con l’accento su la ì? Testa di rapa. La i era senza accento. Senza accento, una i semplice, semplice senza accento.

Lei: Testa di rapa?

Lui: Testa di rapa! Poi dopo la e c’erano i puntini, tre puntini che vogliono dire che il discorso continua. Studia l’ortografia!

Lei: Senti, senti da che pulpito. Il bell’Antonio da consigli!

Lui: Dà con l’accento! E non chiamarmi bell’Antonio, mi irrita.

Lei: Che ne sai se ho messo l’accento o no su da? Certo che l’ho messo l’accento su à, come ho messo l’accento su ì!

Lui: Ecco su i non dovevi metterlo, invece non l’hai proprio messo su à! Credi che non me ne sia accorto che non sai la grammatica?

Lei: Me la insegni tu la grammatica bell’Antonio?

Lui: Vigliacca!

Lei: Preferivo testa di rapa. Rapa o non rapa mi è venuta fame.

Lui: Sei grassa come un budino. Lascia perdere e vai a studiare.

Lei: Caro mio, adesso devi finire la frase.

Lui: Piuttosto mi ammazzo.

Lei: Esagerato.

Lui: E d’altro! E d’altro volevo dire se tu mi avessi fatto finire di parlare.

Lei: Edaltro? Dovevi dirmelo subito che cercavi Edaltro. L’ho visto poco fa camminare sul cornicione.

Lui: Ma che dici? Non conosco nessun Edaltro! E poi c’era l’ apostrofo. E – staccato – d – apostrofo – altro. Poi non c’era il punto interrogativo, c’era un punto. L’apostrofo. Sai cos’è un apostrofo?

Lei: Certo che so cos’è lapostrofo!

Lui: Ma l’apostrofo non si scrive tutto attaccato. Si scrive la elle e poi si mette l’apostrofo.

Lei: Ma cosa ne sai se ho messo lapostrofo o no? Parliamo, parliamo intanto Edaltro sta camminando sul cornicione!

Lui: Ma cosa ci fa “e d’altro” sul cornicione? E’ pericoloso.

Lui: Cerca di acchiappare la gallina.

Lui: La gallina? Non abbiamo nessuna gallina!

Lei: Non avevamo nessuna gallina. Edaltro, il mio nuovo fidanzato, me ne ha regalata una. L’ho chiamata Bollita. Così, tanto per prepararla. Sapere già che fine si farà ti fa stare meglio.

Lui: Io non voglio sapere che fine farò.

Lei: Tu farai una brutta fine se non vai ad aiutare Edaltro ad acchiappare la gallina.

Lui: Ma che ci fa Bollita sul cornicione?

Lei: Cova le sue due uova.

Lui: Allora aspettiamo a farla fuori. Le facciamo fare le uova. Ma non ero io il tuo nuovo fidanzato?

Lei: Eri, appunto. Giusto, aspettiamo a fare fuori Bollita.

Lui: Gallina vecchia fa buon brodo!

S’ode uno starnazzare. Cadono delle piume. Bianche come neve.

Lei: Ohhh… nevica.

Lui: Ma siamo a giugno.

Lei: Che vuoi che importi. Quando nevica, nevica.

Un forte tonfo. Per terra, spiaccicato,  Edaltro. Serra tra le mani il collo spennacchiato di Bollita. Morti. Stecchiti.

Lei: Povero Edaltro. Lo amavo tanto.

Lui: E’ stato meglio così. Per tutti. La frittata di due uova per tre non bastava.

Lei: Amore mio vai a prenderle. Lassù, sul cornicione.  

Lui: E la gallina? La gallina fammela bollita.

Lei: Nomen, omen.